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Lenny Bottai si racconta: intervista con il campione intercontinentale dei superwelter

Intervista esclusiva al campione italiano dei pesi superwelter: la vita, la carriera, le idee, le passioni di un boxeur decisamente sui generis
di Antonio Forina 28 marzo 2014

LENNY BOTTAI SI RACCONTA: L'INTERVISTA

Secondo un diffuso preconcetto il talento nello sport non è compatibile con cultura e intelligenza. Se si parla di un pugile poi è facile cadere nella tentazione di figurarsi l'energumeno buono solo a tirar cazzotti. Senza dubbio l'identikit fa spesso centro; le eccezioni però ci sono, eccome. É il caso di Lenny Bottai, livornese purosangue, che lo scorso 26 marzo è diventato campione d'Italia dei superwelter aggiudicandosi il 'derby' con l'aretino Adriano Nicchi. La nostra chiacchierata smonta molti luoghi comuni: Mangusta ci parla della sua carriera, ma anche delle passioni, degli amici e delle idee.

Sei entrato giovanissimo in palestra. Come ti sei avvicinato alla boxe? 
Avevo 13 anni, con un amico andai quasi per gioco a una lezione di kick-boxing. Dopo quella volta il mio amico scappò, mentre io mi innamorai degli sport da combattimento. In seguito mi sarei reso conto di essere più portato per la boxe: preferivo le tecniche di pugni. Da allora questo sport mi è entrato nel sangue.
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Dopo gli esordi sei rimasto lontano dal ring per diversi anni. Cosa ti ha tenuto fuori così a lungo, e cosa ti ha spinto a rientrare e passare fra i pro?

Ero un ragazzo come tanti, irrequieto e ribelle, sensibile alle 'distrazioni' della strada. Non ho mai avuto un carattere facile: a 16 anni, quando vinsi i campionati regionali Novizi, avevo i capelli lunghissimi e il presidente della federazione regionale mi disse che per partecipare alla fase successiva avrei dovuto tagliarli. Ovviamente non lo feci e presi male quell'imposizione; lì cominciarono i miei rapporti conflittuali con il 'palazzo'. A 21 anni beccai una squalifica dopo aver contestato un po' troppo 'vivacemente' un verdetto. Era l'ultima di tante brutture che avevo visto nel pugilato: esplosi. Per molto tempo non riuscii nemmeno ad assitere a un match, neanche in Tv. Qualche anno dopo facendo zapping mi capitò di guardare la boxe alle Olimpiadi e mi si riaccese qualcosa dentro. Pesavo quasi 100 chili; rientrai in palestra circondato da uno scetticismo in parte anche giustificato. Fu durissima, ma dopo alcuni mesi di sacrifici tornai al mio peso forma. Vidi inoltre che qualcosa era cambiato nella boxe dilettantistica e decisi di tornare in pista per inseguire quel sogno interrotto troppo presto: il professionismo. Fui preso per deficiente, ma i fatti mi hanno dato ragione.

Una persona a cui dire grazie e una che non avresti mai voluto incontrare.

In molti sono stati al mio fianco lungo il cammino, sarebbe ingeneroso fare un nome e rischiare di tenerne fuori altri. Allo stesso modo, dovessi mandare a quel paese tutti quelli che mi hanno dato addosso rischierei di dimenticare qualcuno, e perchè mai? Alla fine quando si parla di me ognuno fa i conti con la propria coscienza: alcuni provano orgoglio, altri pudore, ed è giusto così.

La tua città e la tua gente occupano un posto speciale nella tua vita. Cos'è per te l'appartenenza? 
Gaber ha sintetizzato con precisione questo concetto: "L'appartenenza è avere gli altri dentro di se". É proprio ciò che io e la mia gente, il mio team, rappresentiamo con orgoglio.

Fra i tuoi sostenitori ci sono molte persone con cui sei cresciuto e hai condiviso tanto. Da te si aspettano sempre tanto: quanto avverti il peso delle responsabilità?
Da un certo punto di vista le responsabilità pesano eccome; alla fine però combatto per trasmettere emozioni, e per far sì che ciò accada bisogna essere disposti a rischiare. Il rispetto della gente si guadagna con l'impegno e l'umiltà, evitando spavalderie e onorando sempre gli impegni: per questo ho sempre rifiutato le strade di comodo e combattuto match veri. Poi i fan vanno e vengono, mentre gli amici, quelli con cui condividi la vita anche fuori dal ring, restano. Il rapporto con loro prescinde dai risultati.

Il tatuaggio sul tuo petto non lascia spazio all'immaginazione. Cos'è per te la passione politica?

Quando sei giovane hai bisogno di mostrarti e non nasconderti, quindi anche tatuarti un idea con orgoglio, poi impari che è ancora più importante averla radicata dentro. Sul ring ci va il "Lenny" pugile, a prescindere dal sua tatuaggio, non c'è troppo spazio per certi concetti ed è giusto così.  Determinati principi sono sempre rimasti al loro posto, indipendentemente dalla mia evoluzione personale o professionale, perchè l'uomo non può esimersi dal pensare. L'umanità è vittima dell'ignoranza, del qualunquismo. Si è persa fiducia nella forza della collettività e questo rende difficile cambiare un ordine imposto e basato sull'individualismo. Non mi interessano le istituzioni e quel modo di fare politica; mi concentro sui luoghi dove la gente si ritrova insieme lavorando e costruendo dal basso. Nei quartieri, nelle piazze, nelle fabbriche, solo il pensiero collettivo può portare alla salvaguardia del bene comune. Ma serve il coraggio di prendere una posizione, avere un pensiero e una coscienza, mentre oggi spesso conviene di più non averne. Diffido sempre da chi si lenny-bottai-2definisce imparziale ed equidistante, ancor più che dagli avversari o dai nemici.

Hai rapporti con Salvatore Carrozza? Cosa ne pensi delle sue iniziative? 
Con Salvatore abbiamo vissuto due riunioni professionistiche, conosco la sua situazione e tutto il suo ambiente attraverso la rete, penso che i progetti per lo sport popolare e le altre attività intraprese dal loro gruppo siano di grande valore.

Molti dei tuoi tifosi sono anche ultrà del Livorno, e anche tu segui da vicino le sorti degli amaranto. Cosa credi stia andando storto quest'anno?
Se analizziamo il lato tecnico, credo nel rispetto dei ruoli: si chiama un allenatore, poi gli si costruisce una squadra intorno. I "padri padroni" hanno sempre fallito e quest'anno a Livorno e' finito un ciclo, quello di Aldo Spinelli. Serve una ventata di novità e di entusiasmo per l'ambiente, almeno per provare a ritardare la morte del calcio che ha sostituito  la passione dei tifosi con la poltrona, in ossequio allo strapotere dei diritti Tv.

Torniamo alla tua vita fra le sedici corde. Contro Nicchi poteva non essere un match come gli altri: l'evento agonistico si intrecciava con la rivalità politica e campanilistica. Cosa hai pensato durante la lettura del verdetto?
La boxe dovrebbe sempre lasciare da parte tutti gli altri aspetti, in carriera ho sempre fatto di tutto perchè fosse così. Quando battevo qualunque avversario, di qualsiasi provenienza o fede, pensavo soltanto a rendergli omaggio e l'onore di aver condiviso una battaglia e l'amore per questa disciplina. Questa volta invece per diverse ragioni mi sono detto: “Ma che bella soddisfazione mi sto togliendo..."

Il tuo avversario era deluso dall'esito del match, quasi come se avesse subito un'ingiustizia. Ci sono spiragli per una rivincita, magari a casa sua?
Le squallide fandonie cominciate una volta tornati a casa mi hanno lasciato di stucco, anche perchè nella sala dell'anti-doping sembrava tutto ok. Hanno gettato ombre su un match vibrante e intenso, considerato da molti un bello spot per la boxe. Certe buffonate, anche se dette solo per cercare di trovare la strada di una rivincita, sono servite solo a privarli della legittima dignità e del rispetto che va a un combattente, sia pure un acerrimo nemico. A bottai-nicchi_1volte si scrivono cose senza senso, non funziona così: la federazione designa gli sfidanti secondo criteri ben precisi, in base a una classifica. Penso che per questo turno ci siano altri che vogliono e meritano questa possibilità. Se poi arriverà di nuovo il turno di Adriano combatterò ancora con lui.  Ci sono delle regole anche per la scelta del luogo: si fa l'asta, chi offre di più tra i rispettivi manager si aggiudica il match. Se è stato fatto qui è perchè ci abbiamo guadagnato sia io che lui; se non è stato soddisfatto si rivolga al suo staff. Comunque andare ad Arezzo non è certo un problema, nè per me nè per il mio pubblico.

Come vedi – e vivi – il momento attuale della boxe italiana?

E' in un turbine, un circolo vizioso che non mi sembra abbia fine. Ci sono molti pro e neopro, il problema è che difficilmente si affrontano e combattono solo con "perdenti di mestiere", il tutto anche perchè ai procuratori conviene annaffiare nei propri orti prima di scoprire cosa realmente possono produrre; chi scrive di boxe considera spesso inconsistente un ragazzo dal record non immacolato che però è uno "vero".
Poi c'è anche da dire che fare il professionista oggi non porta a niente, devi sopravvivere e lavorare, schivare i guai e non progettare niente, se ti capita anche di mettere su famiglia ti conviene fare l'equilibrista senza protezioni al circo, rischi meno. 

Fra i giovani boxeur di casa nostra, quali credi siano i talenti da seguire?

Credo sia ora di smetterla con il 'precocismo' nello sport. Il talento è importante, ma vale zero senza la voglia e la possibilità di lavorare duro. Privilegiare le 'stelline' può allontanare elementi più motivati e disposti a sacrificarsi. La crescita di un atleta, di un pugile, passa attraverso il lavoro e la sofferenza. Ho visto promesse vere bruciarsi per la fretta di fare il grande salto. Per questo nella mia palestra ho eliminato qualsiasi aspettativa basata su carateristiche che non fossero umiltà e voglia di migliorarsi davvero.

Per concludere. A 33 anni un pugile è nel pieno della carriera e della maturità  fisica e agonistica. Ci parli dei tuoi programmi e delle tue prospettive?

Avrei dovuto difendere il titolo internazionale IBO (conquistato a dicembre, NdR) ma la federazione ha interrotto i rapporti con questa sigla e non so se potrò farlo all'estero. Aspetto la designazione dello sfidante per il titolo italiano, che difenderò in estate. Per il resto non mi è mai piaciuto fare progetti a lunga scadenza: mi godo questo bellissimo momento e spero che duri il più a lungo possibile. Non parlo esclusivamente dei successi ma delle grandi emozioni che sto vivendo. Va detto anche che finchè le cose vanno bene sono bravi tutti a dire "avanti e ancora". Ma finchè il mio amore per la boxe e la voglia di mettermi in gioco rimarranno quelli di oggi, a prescindere dai risultati, sarà battaglia. Dopo voglio continuare  a seguire i miei ragazzi e mettere a loro disposizione la mia esperienza. Sul piano personale ho delle idee e forse un giorno prenderanno corpo; ma per ora guardo solo al presente.

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